Gli "occhiali" di Galileo

Inserita il 14/05/2008 alle 01:12

 L'inserimento di due lenti in un tubo permetteva di vedere più vicini gli oggetti lontani, ma gli Stati Generali rifiutarono la concessione del brevetto perché giudicarono che il dispositivo fosse facile, troppo facile a copiarsi. Infatti, nel giro di poco tempo, anche altri ne reclamarono la paternità. Come è noto, Galileo ne ebbe notizia da Paolo Scarpi, quando alcuni esemplari di questi dispositivi già circolavano in Italia. All'epoca, lo scienziato insegnava a Padova. Si mise all'opera e, con la collaborazione, pare, di Marc'Antonio Mazzoleni, produsse propri cannocchiali terrestri.
Occorre precisare che il cannocchiale galileiano è del tipo detto anche olandese, consistente di una lente obiettiva convessa e di un oculare concavo. L'oculare è sistemato in modo che la sua focale interna coincida con quella della lente obiettiva. Ma, in realtà, l'occhiale galileiano è non solo il risultato del perfezionamento e potenziamento del tubo ottico: esso è un rivoluzionario strumento di osservazione e scoperta, uno strumento straordinario che permette l'estensione del senso della vista, un dispositivo che cambierà la storia dell'astronomia e aprirà la strada a sviluppi all'epoca inimmaginabili. Galileo costruì il suo primo cannocchiale nell'estate del 1609, a Padova, ed iniziò contemporaneamente le sue osservazioni. Di pari passo, lo scienziato proseguì nell'opera di potenziamento dello strumento, lavorando o facendo lavorare lenti migliori. Mentre era facile costruire un cannocchiale, non era così facile rendere le lenti capaci di maggiori ingrandimenti e nemmeno perfezionarle: gli occhialai e i costruttori di lenti non possedevano all'epoca le tecniche per farlo.
I primi che ci riuscirono furono Galileo in Italia e Thomas Harriot in Inghilterra. Galileo presentò nell'agosto del 1609 al senato veneto il suo primo cannocchiale potenziato, il che gli valse un miglioramento nel tenore di vita e un aumento dello stipendio. Continuò poi a migliorare il suo strumento, giungendo a costruirne alcuni capaci di oltre 30 ingrandimenti. Rimane insoluto il dubbio se Galileo costruisse da sé i cannocchiali o se si facesse aiutare. Si sa però che la politura delle lenti, Galileo la affidò a Firenze a Ippolito Francini, a sua volta autore di lenti e cannocchiali firmati in proprio. Lo scienziato pisano chiamò il suo strumento "occhiale", lo presentò a Roma, all'Accademia dei Lincei, dove fu battezzato "telescopio", perché permetteva di vedere lontano. Con questo strumento, con lenti lavorate prima a Padova, poi a Firenze da abili artefici, Galileo osservò la luna e le sue montagne, le macchie solari, Venere e le sue fasi, Giove e i suoi satelliti, i 'pianeti medicei', come li chiamò Galileo, Saturno e le sue strane apparizioni. Di queste straordinarie scoperte, rese possibili dal cannocchiale, lo scienziato dette notizia nel Sidereus Nuncius, l'opera con la quale acquistò immediatamente una fama enorme e che egli dedicò a Cosimo de' Medici, assicurandosi così l'agognato ritorno in Toscana e favori di ogni genere. In quanto estensione di uno dei sensi, il cannocchiale ricoprì, come è noto, un ruolo centrale nella rivoluzione scientifica secentesca. Quello galileano, ancora primitivo, sarà da altri ottici perfezionato nel corso del Seicento, ma rimane in ogni caso il primo esempio di uno strumento ottico moderno e segnerà l'inizio delle ricerche astronomiche e delle osservazioni dell'universo. Ecco perché possiamo dire di essere di fronte a strumenti straordinari, unici e preziosi. I cannocchiali sono legati alle memorie galileiane e, come il resto della collezione conservata nel museo di storia della scienza, alla città di Firenze. Provenienti dalle raccolte medicee, essi sono gli unici due strumenti ottici certamente appartenuti allo scienziato pisano e passati nella collezione della Casata fiorentina. Dalla Galleria degli Uffizi, dove la gran parte della collezione era conservata, gli strumenti, nel 1771, passarono nel nascente Museo di Fisica e Storia Naturale, oggi Museo di Zoologia della Specola, voluto da Pietro Leopoldo di Lorena e inaugurato ufficialmente nel 1775. Nel 1807, nel momento dell'inaugurazione del Liceo di Scienze Fisiche e Naturali istituito dalla regina d'Etruria Maria Luisa, i due cannocchiali furono montati insieme alla lente su un supporto arricchito da una dedicatoria molto celebrativa. Nel 1841, con la costruzione della Tribuna di Galileo all'interno della Specola, il trofeo fu lì trasferito insieme alle altre reliquie galileiane e agli strumenti più antichi. Dopo la Prima Esposizione Nazionale di Storia della Scienza, avvenuta a Firenze, nel 1929, gli strumenti scientifici antichi passarono nel neonato Istituto e Museo di Storia della Scienza, aperto nel 1930 nella sede di Piazza dei Giudici. Dei due cannocchiali, il primo è costituito da una serie di listelli di legno incollati l'uno all'altro in modo da formare un tubo. Esternamente il tubo è ricoperto di pelle rossa con decorazioni in oro. All'interno del tubo si trovano tre diaframmi distanziati l'uno dall'altro. Alle estremità del tubo sono inseriti due cilindri estraibili, muniti di diaframmi e contenenti rispettivamente la lente obiettiva, biconvessa, originale, e la lente oculare, biconcava, secentesca, ma non di Galileo. Il cannocchiale era in pessimo stato di conservazione. La parte centrale presentava una marcata flessione, forse dovuta all'uso prolungato: lo schiacciamento del tubo aveva provocato la scollatura dei listelli di legno all'interno. Il tempo, gli spostamenti, le non sempre buone condizioni climatiche ed espositive hanno via via peggiorato lo stato dello strumento. La pelle divenuta sempre più arida si è spaccata e le spaccature si sono accentuate soprattutto nella zona centrale. Dal seicento ad oggi il cannocchiale non era mai stato restaurato: aveva assunto un significato simbolico, quasi mitico e era rimasto intoccato e intoccabile. L'intervento di restauro è stato compiuto nel 1996 e terminato in concomitanza con le celebrazioni del trentennale dell'alluvione. E' stato sponsorizzato dal Soroptimist International Club di Firenze, che ha inteso così ricordare e onorare la memoria della sua socia Maria Luisa Righini Bonelli, direttrice del museo fiorentino, che nel '66, durante l'alluvione, aveva fortunosamente salvato i propri cimeli. Il restauro doveva essere conservativo e di consolidamento, in modo da evitare il degrado, rimediare i danni senza alterare, né modificare in alcun modo la fisionomia e l'identità dello strumento. Sergio Boni, un vero maestro nell'arte del restauro della carta, ha affrontato con la serietà e la maestria che lo contraddistinguono il problema. Ne ha studiato prima le diverse possibilità e ha eseguito una serie di saggi preliminari. Dopo meditate considerazioni, per risolvere lo schiacciamento dei listelli, Boni ha trovato questa singolare ed efficace soluzione. Ha impiegato una sottile camera d'aria, inserita per tutta la lunghezza del tubo e gonfiata fino ad ottenere il sollevamento dei listelli stessi che sono stati immediatamente fissati con iniezioni di metilcellulosa. Le spaccature della pelle e le lacune sulla superficie sono state saldate e integrate con vecchia pelle sfibrata e applicata con metilcellulosa. Anche i diaframmi all'interno del tubo sono stati consolidati con metilcellulosa. Le montature di legno delle lenti erano vistosamente corrose dai tarli. Esse sono state disinfestate e quindi integrate con carta giapponese di medio spessore, "cotonata" e applicata con metilcellulosa, in modo da consolidare perfettamente la struttura dei cilindri scorrevoli. Il consolidamento così ottenuto è il risultato di tentativi sperimentali che hanno prodotto un metodo completamente nuovo e originale, ideato da Sergio Boni, e assolutamente reversibile. Le saldature e le integrazioni sono state poi ritoccate pittoricamente a neutro. Infine la pelle è stata protetta con crema di cera. Il secondo strumento è costituito da due mezzi tubi di legno ricoperti di carta e tenuti insieme da fili di rame. Anche questo cannocchiale era in pessimo stato di conservazione: il legno povero tarlato, la superficie dei tubi spaccata in più punti, la carta assai rovinata. Le montature delle lenti obbiettiva e oculare, entrambe originali, erano anch'esse molto rovinate e presentavano vistose lacune. Questo cannocchiale, inoltre, era associato tradizionalmente al nome di Galileo, ma non esistevano prove concrete di questa associazione. Il delicato restauro, effettuato dallo stesso Sergio Boni nel corso del 1997, ha permesso un consolidamento delle parti più cedevoli realizzato con metilcellulosa e pasta di carta giapponese. La pulitura, inoltre, ha reso possibile la lettura di parti finora non chiare. Così è emersa l'indicazione manoscritta che collega direttamente, e non più ipoteticamente, lo strumento a Galileo. Infatti, sulla montatura della lente obbiettiva, si legge l'indicazione "dist: focal… piedi 3 p…". La calligrafia è senza dubbio quella di Galileo e la misura è quella padovana. Lo strumento quindi può essere con buona probabilità collegato al periodo padovano dello scienziato, potrebbe essere uno dei primi da lui costruiti, dato anche il carattere così povero e primitivo dello strumento, e potrebbe essere stato portato a Firenze direttamente da Galileo quando vi fece ritorno nel 1610, come matematico primario del Granduca. In conclusione, siamo di fronte a interventi di restauro che non solo si segnalano per aver affrontato con grande serietà e professionalità oggetti di tale rilievo, ma anche hanno permesso la decifrazione storica e scientifica di due strumenti che, proprio per il loro essere legati al "mito" Galileo poco erano stati approfonditi scientificamente. Il restauro li ha quindi restituiti non solo alla conservazione museale, ma anche al mondo della ricerca e della scoperta al quale appartengono di diritto. ALTRE CURIOSITA’

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